Disforia di genere in adolescenza, tra aumento delle diagnosi e nuove ipotesi interpretative: il dibattito scientifico sul “rapid-onset gender dysphoria” resta aperto.
Abstract
Negli ultimi anni l’aumento degli adolescenti, soprattutto ragazze nate biologicamente femmine, che si rivolgono ai servizi specialistici per disforia di genere ha alimentato un acceso confronto scientifico. Al centro del dibattito vi è l’ipotesi del “rapid-onset gender dysphoria” (disforia di genere a insorgenza rapida - ROGD), formulata da Lisa Littman nel 2018, secondo cui in alcuni giovani la disforia emergerebbe improvvisamente durante o dopo la pubertà. Una recente revisione critica analizza le evidenze disponibili, sottolineando limiti metodologici, controversie ideologiche e necessità di ulteriori studi longitudinali.
Negli ultimi dieci anni i servizi specialistici per la disforia di genere hanno registrato un incremento senza precedenti delle richieste di presa in carico da parte di adolescenti. Un cambiamento che ha modificato profondamente il profilo clinico dei pazienti: se in passato prevalevano bambini maschi con incongruenza di genere manifestata precocemente, oggi la maggioranza dei nuovi accessi riguarda adolescenti nate biologicamente femmine, spesso senza una storia infantile di disforia.
È in questo scenario che si inserisce il dibattito sul cosiddetto “rapid-onset gender dysphoria” (disforia di genere a insorgenza rapida - ROGD), teoria proposta nel 2018 dalla ricercatrice americana Lisa Littman e oggi al centro di una controversia internazionale che coinvolge clinici, psichiatri, endocrinologi e associazioni LGBTQ+. Una recente revisione, pubblicata su Frontiers in Psychiatry da André Leonhardt e colleghi, ha analizzato criticamente le evidenze disponibili, cercando di distinguere dati scientifici, ipotesi interpretative e polarizzazioni ideologiche.
Secondo Littman, il ROGD descriverebbe un sottogruppo di adolescenti — prevalentemente femmine — che sviluppano sintomi di disforia di genere in modo improvviso durante o dopo la pubertà, senza segnali evidenti nell’infanzia. La teoria suggerisce che, in alcuni casi, l’identificazione transgender possa rappresentare una risposta maladattiva a difficoltà psicologiche preesistenti, favorita dall’influenza dei social media e dei gruppi di coetanei. Lo studio originario si basava sui racconti di 256 genitori, molti dei quali riferivano nei figli una storia di disturbi psichiatrici, ansia, depressione, autolesionismo o disturbi del neurosviluppo precedenti alla comparsa della disforia. Numerosi adolescenti appartenevano inoltre a gruppi di amici in cui più membri avevano iniziato quasi contemporaneamente a identificarsi come transgender. Fin dalla pubblicazione, tuttavia, il lavoro è stato oggetto di forti critiche metodologiche.
Gli autori della revisione ricordano come i dati fossero stati raccolti esclusivamente tramite questionari compilati dai genitori, spesso reclutati attraverso siti considerati critici verso le transizioni di genere. La mancanza della prospettiva diretta degli adolescenti e il possibile bias di selezione hanno portato molti studiosi a contestare la validità delle conclusioni. La rivista che pubblicò l’articolo avviò persino una revisione post-pubblicazione, con modifiche sostanziali al testo e precisazioni metodologiche. Littman stessa sottolineò che il suo lavoro aveva finalità esclusivamente esplorative e non dimostrative. Nonostante i limiti, l’ipotesi ROGD ha avuto un forte impatto nel dibattito pubblico e scientifico, soprattutto perché tenta di spiegare un fenomeno reale: il cambiamento epidemiologico osservato nei servizi per adolescenti con disforia di genere. Uno degli aspetti più discussi riguarda il rapporto tra disforia e psicopatologia. Gli autori evidenziano come numerosi studi confermino un’elevata prevalenza di depressione, disturbi d’ansia, disturbi alimentari e autolesionismo negli adolescenti con disforia di genere.
Resta però aperta la domanda cruciale: queste condizioni rappresentano una causa, una conseguenza o un fattore concomitante? Secondo il modello del “minority stress”, il disagio psicologico deriverebbe principalmente da discriminazione, stigma e isolamento sociale. L’ipotesi ROGD propone invece che, almeno in alcuni casi, problematiche psicologiche pregresse possano contribuire all’emergere dell’identificazione transgender. Particolare attenzione viene dedicata anche al ruolo dei social media e dei meccanismi di “peer contagion”, ovvero l’influenza reciproca all’interno dei gruppi di coetanei. Fenomeni analoghi sono già stati descritti in adolescenza per disturbi alimentari, autolesionismo e sintomi internalizzanti. Un ulteriore contributo al dibattito arriva dagli studi sui detransitioners, persone che interrompono o revertiscono il percorso di transizione. Alcuni riferiscono di aver interpretato retrospettivamente la propria disforia come legata a traumi, disturbi psichiatrici o difficoltà identitarie. Per i ricercatori, il rischio maggiore è la polarizzazione ideologica. Da un lato, considerare il ROGD una verità consolidata potrebbe alimentare atteggiamenti stigmatizzanti verso gli adolescenti transgender; dall’altro, rifiutare aprioristicamente qualsiasi ricerca sul fenomeno rischia di ostacolare la comprensione clinica di casi complessi.
La conclusione degli autori è netta: servono studi longitudinali rigorosi, multidisciplinari e basati su molteplici fonti informative — adolescenti, famiglie e clinici — per comprendere meglio le traiettorie evolutive della disforia di genere in adolescenza. Nel frattempo, l’approccio terapeutico deve restare prudente, individualizzato e fondato su un’attenta valutazione psicologica, evitando sia atteggiamenti di sospetto generalizzato sia percorsi eccessivamente semplificati verso interventi irreversibili.
Referenze:
Leonhardt A. et al. Gender dysphoria in adolescence: examining the rapid-onset hypothesis. Neuropsychiatr 2025 Mar;39(1):1-10. doi: 10.1007/s40211-024-005 00-8. Epub 2024 Jul 1.
Fonte: DottNet